Il Significato dell’Essere Autentici

Almeno in apparenza, l’autenticità è un concetto piuttosto semplice. Conideriamo «autentico» qualcosa la cui origine — o paternità — sia stata accertata, come per un gioiello, un quadro, un manoscritto. Esistono procedure scientifiche attraverso le quali è possibile non solo verificare l’autenticità degli oggetti, ma anche determinarne il valore.

Quando si tratta di persone, tuttavia, la faccenda si complica. Definiamo «autentico» qualcuno che nella spontaneità dei suoi comportamenti manifesta il proprio io sincero, i propri sentimenti reali. Ricerchiamo l’autentico perchè esso rappresenta un riconoscimento indiretto al nostro valore, e come tale meritevole del nostro interesse. Nel contesto dei media, questo è ben noto. Nella recente intervista di Oprah Winfrey a Meghan Markle, la prima ha affermato di aver solo discusso in maniera generica gli argomenti della conversazione con l’intervistata, senza che alcuna domanda fosse stata concordata in anticipo. Vero o no che fosse, è stato proprio il desiderio, da parte del pubblico, di assistere a qualcosa di inedito a determinare il successo dell’intervista in questione.

È altresì singolare come quel desiderio di autenticità si faccia via via più sfumato, quando siamo alla ricerca di verità che hanno un impatto diretto sule nostre vite. Non ci aspettiamo — né vogliamo! — che il nostro medico o il nostro psicologo si rivolgano a noi con spontaneità allorquando si tratta di tracciare il nostro quadro clinico. Confidiamo piuttosto nella loro capacità di analizzare con attenzione e scrupolo i nostri problemi per comunicarcelo, poi, con tatto e delicatezza.

Col diffondersi della comunicazione video, la questione dell’autenticità si è arricchita dell’influenza esercitata dal medium (le tecnologie) sulla nostra percezione di cosa può essere considerato autentico. Quando ho cominciato a partecipare a conferenze online, mi sono imbattuta in centinaia di consigli sul come risultare il più naturale possibile, evitando tutti quegli atteggiamenti “troppo studiati” che l’avrebbero compromessa. Al che verrebbe da chiedersi se quella percezione di autenticità che riscontriamo quando prendiamo parte ad una videoconferenza, non sia piuttosto il risultato diretto del suo contrario, cioè della preparazione e dell’attenzione al dettaglio riservati alla creazione del set e alla calibrazione della performance. L’autenticità, quindi, potrebbe aver poco a che fare con ciò che siamo davvero e molto con ciò che gli altri si aspettano da noi. Aspettative che noi per primi non vogliamo disattendere.

Anche la fotografia, da sempre considerata come il mezzo perfetto attraverso cui immortalare la realtà così com’è, non è esente da tranelli. Conosciamo le tecniche e disponiamo degli strumenti per “ritoccare, abbellire, ringiovanire, eliminare” i soggetti in una foto, tanto che non ci chediamo nemmeno più se ciò che stiamo guardando esista realmente, quanto piuttosto se, come osservatori, siamo disposti a credere che esista. Ecco quindi che siamo noi a diventare il metro stesso attraverso cui misurare la realtà e accettarla come tale. E questo, ovviamente, sulla base di credenze, valori e percezioni personali. Nell’era di Instagram, quante volte percepiamo una foto come «fake» anche quando non lo è solo perché non si conforma all’idea che noi abbiamo sul come dovrebbe apparire?

Forse uno dei modi più semplici per aiutarci ad individuare questa cosidetta «autenticità» sta nel definirne il suo opposto. L’esistenzialista francese Jean-Paul Sartre elaborò la tesi secondo cui «non autentico» è chi agisce secondo azioni determinate da pressioni esterne allo scopo di apparire in un certo modo, con ciò compromettendo l’integrità della sua personalità coi benefici offerti dal conformismo sociale. Guardando all’autenticità da questa prospettiva, essa appare intrinsecamente legata alla libertà: si è tanto più autentici quanto meno si è legati alle relazioni sociali e all’altrui giudizio. Ma chi può permettersi una vita in solitudine pur di preservare la propria autenticità?

Certo non i nostri leader.

Da qualche tempo si parla moltissimo di come vada declinata una leadership autentica. Leader autentici sarebbero coloro che si mettono, per così dire, a nudo, rivelando aspetti che, anche quando non lusinghieri, contribuiscono ad umanizzarli e a renderli più simili a noi. Accade così che elementi un tempo qualificanti della leadership — come la competenza, l’eloquenza nel linguaggio, o la risolutezza — vengano messi in secondo piano…

Ma una simile autenticità può rivelarsi un’arma a doppio taglio. Mostrare debolezza può minare la credibilità; ammettere incompetenza può sollevare dubbi sulla legittimità del ruolo ricoperto; parlare di pancia può suggerire pressapochismo. I leader spesso si ritrovano a doversi adattare a circostanze nuove — l’ambiente operativo può cambiare molto velocemente. Rimanendo troppo fedele a se stesso, incapace di mutare in un mondo in continua evoluzione, un leader si condanna all’irrilevanza — presto o tardi le sue idee saranno superate dagli eventi.

Forse dovremmo usare molto meno la parola “autenticità”, e magari smettere di considerarla un valore in sè. Onestà, coraggio, rispetto, competenza, ascolto e attenzione sono concetti molto più concreti e utili. E quando vengono praticati, chiedersi se siano «autentici» diventa superfluo.

Questo articolo è apparso in inglese su www.germanabarba.com. Qui la versione originale.

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Political scientist, public affairs expert, author. Advocating for positive change. Former corporate executive. Meet me at www.germanabarba.com

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Germana Barba

Germana Barba

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